Cor che d' Amor ratto si sottrae, mestamente a morir s'appresta
AVVERTENZE: non ho usato lo specchietto delle fanfictions perché questa NON è una fanfiction. Io non scrivo fanfictions. Ma le parole che popolavano la mia mente senza darmi tregua mi imploravano di essere scritte, così ho buttato giù questa storia.
Questa è la storia di una ragazza dal cuore chiuso a chiave. La chiave giace sul fondo di una cassetta di metallo freddo e isolante*, sepolta sottoterra tra un quercia secolare ed un salice piangente che, ombreggiando strenuamente il giaciglio segreto, s'ergono tra i loro simili, se pur diversi ad un occhio non profano, attraverso i sentieri di un bosco, nascosto ai piedi di una montagna, in un paese che non c'è, ove il tempo scorre al contrario, tramutando in notte il giorno e viceversa. Il di lei cuore non si è sempre trovato nelle medesime condizioni; talvolta, in un passato che a malapena riesce a far riaffiorare, s' era pervicacemente guadagnato, di tanto in tanto, dei piccoli spiragli nel muro spesso e solido che la sua padrona gli aveva eretto intorno (dotandolo però di un' unica piccola porta, che restava perennemente chiusa, sebbene non a chiave), in modo da intravedere tenui fasci di luce e abbandonandosi alla speranza di poterne essere un giorno pervaso. Lei, però, non gli aveva mai concesso di procedere oltre. Si narra che ci fu una volta in cui la porta rimase socchiusa per un lasso di tempo imprecisato, ma la luce s' era fermata di poco oltre la soglia e lei nemmeno se ne accorse. Non era ancora il momento.
Ciononostante quasi sempre sul suo volto potevi scorgere un sorriso e, ad un occhio distratto, addirittura pareva felice, ma in verità le mancava sempre quel qualcosa e non faceva altro che aspettare; tale si può definire l'esistenza di chi non abbia mai amato realmente e il cuor sente perennemente insoddisfatto.
Ma ecco che un giorno, per caso diresti se ignorassi ciò che il Fato da sempre avea ordito, la ragazza conobbe l'anima dalla quale era stata separata, ma che da tempo immemore era destinata a ritrovare ed il suo cuore finalmente dischiuse. Dubbio e Paura, subitaneamente manifestatisi sotto forma di possenti catene, la dilaniavano in un perenne tramestio, ma saresti totalmente fuori strada se pensassi che al dolce tormento non fu consenziente. Certo ella, in un primo momento, non si voleva innamorare perché, come gli antichi insegnano, conosceva se stessa e temeva gli errori che avrebbe potuto commettere poiché non solea concedere il suo cuore ad anima alcuna, né dell'altrui appropriarsi. Ma se la solida barriera non avea mai avuto problema alcuno a resistere ieratica a sentimenti caducei, non poté far altro che capitolare al cospetto dell'anima legata dal fil del fato alla fanciulla. Ella* non cercava Amore, fu Esso a trovare lei in una forma inaspettata. Per descrivere un simile sentimento occorrerebbe usare parole che poeta alcuno mai pensò di accostare, tale fu la sommossa che tosto attanagliò il suo animo. Quel che ragionevolmente s'ha da dire è che, per il cor suo, fu come emergere dall'oscurità entro cui era stato da sempre confinato e abbandonarsi al dolce desio d'amor bisognoso. Le parve d'esser nata sol per tal letizia. Ma lieti giorni e accecante passione non poterono evitare che la sua maggior paura prendesse vita: essa, ad un occhio che sol la superficie solea scorgere, senza nemmeno intravedere i turbamenti dell'animo, poteva sembrare timor di soffrire e sola con se stessa dover restare, ma non era così, non stavolta; quello che temeva era spezzare il cuore alla sua ragion di vita.
E così, come colui che per evitar sciagura diviene cagion stessa dei suoi malanni, ella, senza rendersene conto, finì per ferire-per l'ennesima volta- la sua anima affine e l'Amor in odio vide mutare. Taluni affermano che sia labile il confine tra codesti sentimenti, poiché non si può odiar chi prima non s' abbia amato, anzi essi non sono che la diversa faccia della stessa medaglia: odi et amo. Ciò è vero, ma non era di conforto alla ragazza che viver non potea più senza l'amore, l'affetto, la dolcezza della sua metà, che ratto s'apprestò a mutar pensiero, visione ed intenzioni nei suoi confronti, e sopravvivere le sembrava impresa assai ardua, non di meno di quella d'Ercole, poiché la vedeva ogni giorno stare peggio. Le spezzava il cuore sapere che non si fidava più di lei nonostante tutto quello che Le aveva sempre dimostrato, le doleva ricordare quel tenero sorriso che rendeva gentile il suo* cuore oscuro, che ormai Le si era spezzato in volto per lasciar spazio ad una smorfia di dolore anche se sol la pensava. E i Suoi occhi? Oh i Suoi limpidi occhi da cui traspariva ogni singola emozione, ora perennemente velati di tristezza Li riusciva ad immaginare e sol rabbia le avrebbero comunicato, se dinnanzi ai suoi Li avesse trovati. Teneri gesti d'affetto vennero paragonati a meccanica abitudine, pensieri un tempo mossi da Amore, ora furon sostituiti da influssi mandati da Rabbia e Raziocinio, da sempre nemico di Istinto e Amore e legato ad una visione cinica e fredda della vita. Ogni giorno La vedeva cambiare, trascurare i Suoi interessi, smettere di crederci realmente e ciò non le piaceva; ma solo se stessa rimproverava poiché lei L'aveva resa tale. Straziante era il lamento della fanciulla, che parole grevi di sofferenza urlava al cielo, solo una seconda possibilità implorava che le venisse concessa. Aveva imparato dai suoi errori, mai più sarebbe stata cagion di sofferenza per Lei e bastava guardare i suoi occhi per poterlo comprendere. Il suo animo venne animato da un duplice intento: da un lato l'intramontabile speranza che tutto tornasse come prima, dall'altro la percezione che non sarebbe successo e che doveva lasciarLa andare per poterLa sapere di nuovo felice. Perché cosa aveva portato nella Sua vita? Credeva amore e felicità e invece scopriva che per Lei era stata una lunga sofferenza. Eppure Le era sembrata tanto felice un tempo; le era parso di averlo letto nei Suoi occhi. Se Le aveva fatto davvero così male -se aveva fallito di nuovo, oh no ma questa volta no, perché? Perché capire a questo prezzo?- forse avrebbe dovuto lasciarLa andare, ma come potevano vivere l'una senza l'altra se erano anime affini?-ed entrambe sapevano di esserlo- Come smettere di essere colei che Le stava a fianco, con cui condivideva liete e cattive novelle, colei a cui volger il pensier la notte prima di abbandonarsi tra le braccia di Morfeo e il dì al sorger dell'alba? Duplicità. C'erano giorni in cui s'arrabbiava, istanti in cui il vuoto dentro di sé era tale da muover in lei il mesto pensiero di come la sua metà, che i medesimi sentimenti aveva sempre provato, non lo sentisse. O, forse, ancor più mestamente, come facesse a sentire la sua mancanza e pensare che ciò non avesse più alcuna importanza. Ormai. Purtroppo. Parole troppo dolorose riecheggiavano turbinosamente nella sua mente. Non so più chi sei. C' erano, del resto, momenti in cui se La immaginava ridere ad una parola altrui e, sebbene una fitta le trafiggesse il cor, nonostante le sembrasse di morire dal dolore, non poteva che sperare che quel tenero sorriso tornasse a illuminarLe il volto. Per Lei, per la Sua felicità. Quello sono.
A che prezzo stava imparando cosa fosse Amore?
Ogni persona dotata di raziocinio o a cui il suo benessere non era indifferente, la esortava a smettere di farsi del male continuando a sperare, ad arrendersi all'evidenza che la sua metà- che per taluni nemmeno era tale- aveva deciso di vivere senza di lei. Ma la fanciulla, da sempre, credeva che il filo del fato che tiene due anime destinate ad essere congiunte non si potesse spezzare; sentiva che i sentimenti c'erano ancora, erano solo sottostanti. Poiché nient'altro poteva fare senza che la sua metà glielo concedesse, si rassegnò a mettersi da parte, ad aspettare, a gioire o preoccuparsi, non più con, ma per Lei, da un angolino. Amare incondizionatamente. Sentirla dentro di sé senza poterla effettivamente sentire*.
Il tempo, però, inesorabilmente passò e quel che da Amor era mutato in Odio, in un sol gesto, Indifferenza pareva esser diventato. Non più una parola, una risposta a nessun urlo disperato della fanciulla. La sua esistenza nella Sua vita venne come cancellata. Archiviata. Avrebbe potuto illudersi, darsi determinate spiegazioni rassicuranti a quell'ennesimo gesto, come per quelli passati, ma non lo fece. Non aveva più nemmeno la forza di prendersela con Amore o con Fato, di domandare perché, se tutto ciò in cui aveva sempre creduto fosse vero, per quale insospettabile ragione, quando finalmente aveva capito, non le fosse concesso il lusso di una seconda possibilità.
Trovò invece una chiave. Era grigia con qualche venatura di ruggine, che le conferiva la regalità che possiedono solo gli oggetti antichi. Stranamente combaciava esattamente con la serratura della porta del suo cuore. Lo chiuse a chiave e la nascose, dove sappiamo, affinché nessuno mai la ritrovasse. La ragazza non sarebbe più stata fonte di sofferenza.
*Mi piaceva il contrasto tra il fatto che il metallo sia un buon conduttore mentre in questo caso isoli la chiave dal resto del mondo. Tutta la prima parte gioca su immagini in contrasto e su uno scenario surreale-surrealista. Più in generale ho usato uno schema basato sulla duplicità in tutta la storia: ci sono termini che ricorrono tramite sinonimi o richiami ed altri che si contrastano tra loro.
*Si parla sempre dal punto di vista della protagonista.
*Il cuore oscuro è quello della protagonista. Quando parlo della sua metà uso la lettera maiuscola.
*La ripetizione del verbo sentire è voluta. Il primo sentire si riferisce ad un “percepire”, il secondo conserva il suo significato primario.
nostalgic



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